Emozioni e informazioni come armi: un confine da non superare. Due libri per riflettere

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Il generale Valerij Gerasimov è il Capo di Stato Maggiore dell’esercito russo. A lui è attribuita la dottrina Gerasimov, una strategia militare non sull’artiglieria ma sulle informazioni, la violazione dei dati, le fake news. Armi che possono apparire trascurabili rispetto all’orrore delle bombe e del fuoco, ma che risultano determinanti per creare un clima in cui non c’è spazio per diplomazia e dialogo ma solo per l’escalation.

Stati nervosi: si è sempre in guerra

In un libro di cui abbiamo già parlato, “Stati nervosi – Come l’emotività ha cambiato il mondo” (Einaudi, 2019), William Davies parte da Gerasimov per spiegare perché la conoscenza richiesta in guerra non è “dello stesso tipo di quella a cui siamo abituati in tempo di pace […]. In situazioni belliche le informazioni più valide sono spesso avvolte nella segretezza, mentre si compiono sforzi deliberati per sviare il nemico. Lo scopo è la vittoria, non la concordia. Un problema fondamentale in guerra è accertarsi che le informazioni necessarie siano disponibili al posto giusto all’ora giusta e non siano intercettate. Non ci si può perdere in un dibattito lento, ragionevole“. Anche la verità non conta, perché “Non ha senso avere ragione se si ha già perso”.

Contano invece le emozioni: “La guerra attribuisce al sentire una rilevanza maggiore rispetto alla pace” e “Quando questo accade, i fatti vengono manipolati per ottenere il massimo impatto emotivo (sia positivo, sia negativo), mentre le sensazioni diventano un odo valido per farsi strada in un ambiente in rapido cambiamento. La minaccia più seria non sta nel rischio di perdere il rispetto per la verità in sé, ma nel fatto che la verità diventa una questione politica che accentua il disaccordo e la possibilità di conflitto, piuttosto che risolverli“.

Certo, la propaganda e il morale sul campo e sul fronte interno sono importanti sin dalla prima guerra mondiale, ma come spiega bene Davies la novità dei nostri tempi è che la guerra dell’informazione è oggi la nostra condizione normale anche in tempo di pace. La Dottrina Gerasimov si basa su questo: la cancellazione del confine tra pace e guerra. Si è sempre in guerra.

Facebook, un’inchiesta da leggere

È su queste basi – spiega l’autore – che la Russia ha condizionato le elezioni Usa del 2016 attraverso l’infiltrazione sui social network. Una vicenda ormai nota e analizzata, ma di cui spesso si elude la questione principale: la connivenza degli stessi social, in particolare di Facebook, con questa strategia. Lo spiegano con dovizia di particolari le giornaliste Sheera Frenkel e Cecilia Kang nel loro “Facebook: l’inchiesta finale”, edito in Italia da Einaudi nel 2021. Quello che il libro dimostra è semplice: Facebook è un’azienda che ha un unico interesse prevalente, ovvero fare soldi, sempre più soldi. E per fare soldi Facebook ha bisogno di click. E cosa porta più click dell’odio? Quasi nulla.

Nello shoccante capitolo in cui viene descritto il ruolo determinante assunto dal social network nelle violenze in Myanamar contro la minoranza musulmana dei Rohingya, non c’è possibilità di equivoco: “Facebook era stato pensato per alimentare qualsiasi contenuto che scatenasse un’emozione, anche se si trattava di hate speech: i suoi algoritmi favorivano il sensazionalismo”. Alcuni lavoratori hanno provato a opporsi a questa logica, e alcuni componenti del management ammettevano che le proposte del News Feed sono erano come cibo spazzatura: “Sapevamo che era robaccia zuccherosa che per di più faceva male alla salute di tutti, anche di noi che la promuovevamo”. Ma “gli utenti trascorrevano sulla piattaforma un tempo maggiore, il che significava che i sistemi funzionavano. La robaccia zuccherosa creava assuefazione”.

Per questi motivi la notizia diffusa in questi giorni che Facebook abbia deciso di non bloccare, in alcuni paesi, determinati post che incitano all’odio contro la Russia è un’aberrazione che andrebbe fermata. Innanzitutto perché questo è un modo per essere in guerra, per partecipare alla guerra: gli algoritmi sono cannoni. In secondo luogo perché Facebook fa questo per fare più soldi, non per sostenere dei valori.

Paradossalmente diffonderemo questo articolo anche sui social. O forse non è un paradosso ma un invito: mettiamo dei fiori, nei loro cannoni.

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